Vangelo del giorno e commento: 5 aprile 2020

Oggi è la Domenica delle Palme. Il Vangelo che la Liturgia ci propone è quello che si legge nel Vangelo di Matteo 26,14-75.27,1-66.


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Cosa si legge nel Vangelo di oggi?

Dal punto di vista della quantità dei racconti Matteo non offre molto di nuovo rispetto a Marco. Il tema dominante nel vangelo di Matteo è quello cristologico. Matteo vuole farci conoscere Gesù. Accanto a lui ci sono anche i discepoli. L’interesse cristologico è strettamente intrecciato con l’interesse rivolto ai discepoli, cioè alla Chiesa. Ci si chiede perché Cristo nostro Salvatore, essendo vero Dio uguale al Padre onnipotente, ha potuto conoscere la tristezza, la sofferenza e l’afflizione. Certamente non l’avrebbe potuto se, essendo Dio, fosse stato solo Dio, senza essere nello stesso tempo uomo. Se ci stupiamo che Cristo provi paura, disgusto, afflizione, seppure, evidentemente, era Dio, come non stupirci altrettanto che abbia avuto fame, sete, che abbia dormito? Gesù è venuto per rendere testimonianza alla verità.

Cosa insegna la pagina del Vangelo di oggi?

L’evangelista non ci consegna una “cronaca”, ma ci fornisce l’interpretazione, scaturita dalla fede della chiesa, di quei fatti che hanno costituito la fine della vita di Gesù il Cristo. Il vangelo è scritto da chi confessa la resurrezione di Gesù e dunque legge gli eventi antecedenti nella luce di quell’evento che spiega, dà senso, illumina la passione e la morte. Per questo Matteo insiste sul “compimento delle Scritture”, ritmando il racconto con questo adagio: “come sta scritto…”, “ciò è avvenuto perché si compissero le Scritture…”. Leggendo la passione secondo Matteo assistiamo al processo di Gesù, nel quale si affrontano la volontà di Dio e quella degli uomini, in un dramma che è pasquale non solo per la sua collocazione temporale, ma anche per la sua dinamica. Anche se Matteo non ci fornisce un resoconto preciso, un verbale, capiamo che la causa di quel processo sta tutta nell’identità di Gesù in rapporto a Dio. Un processo che svela anche che, proprio in quella morte ormai prossima, ci sarebbe stato lo svelamento del Figlio dell’uomo seduto come Giudice alla destra di Dio nella gloria.

Perché Gesù è crocifisso fra due ladroni?

Gesù è crocifisso tra due delinquenti, annoverato anche nella morte tra i peccatori, i malfattori, e la parodia continua con un cartello che lo disprezza: “Costui è Gesù, il Re dei giudei”, un Messia fallito, condannato dall’autorità religiosa come bestemmiatore e da quella politica come malfattore, posto su una croce, il supplizio ignominioso riservato agli schiavi e ai maledetti da Dio e dagli uomini. Sulla croce Gesù continua ad ascoltare oltraggi, nonché l’ultima eco delle tentazioni vissute all’inizio e poi sempre nella sua missione. Scendere dalla croce manifestando la sua onnipotenza divina? Salvare se stesso come ha salvato tanti altri? Avere fede in Dio solo se lo libera da quella fine? No, Gesù resta fedele alla sua missione fino alla fine, per questo pone al Padre un’ultima domanda: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Non è una contestazione, ma una preghiera, una richiesta di luce nella tenebra, una confessione: “O Dio, ti resto fedele anche in ciò che vivo come abbandono, tuo silenzio, lontananza da te!”. Nessuno tra i presenti può comprendere, ma solo un centurione pagano, sotto la croce, vedendo quella morte arriva a confessare: “Davvero costui era Figlio di Dio!”