Sono trascorsi 23 anni dal 11 maggio del 1997, quando l’opinione pubblica del mondo intero rimase incollata davanti agli schermi delle televisioni per la prima partita di scacchi tra un uomo – il campionissimo Garry Kimovich Kasparov – e un computer, il mitico Deep Blue. Una partita leggendaria, quella disputatasi a New York, e rimasta nella storia non solo per quanto riguarda l’universo degli scacchi ma per il mondo intero: per la prima volta veniva messo letteralmente nero su bianco che un’intelligenza artificiale potesse superare quella umana.

Negli ultimi 25 anni quello che a fine anni Novanta sembrava un caso più unico che raro – la macchina che supera l’uomo – è diventato la normalità. Per donne e uomini del terzo millennio è normale considerare l’intelligenza artificiale come un concentrato di tecnologia e di risposte semplici a quesiti sempre più complessi: un aiuto da sfruttare più che un concorrente da sfidare.

Ne sanno qualcosa anche tutti i giocatori di poker, anche qui l’intelligenza artificiale ci ha messo recentemente lo zampino, con la prima vittoria di un algoritmo (Pluribus) su alcuni tra i migliori giocatori del pianeta: Darren Elias, il pokerista professionista che detiene il più alto numero di successi al World Poker Tour, e Chris “Jesus” Ferguson, che ha nel proprio carnet la bellezza di sei vittorie in altrettanti eventi delle celeberrimo World Series of Poker.

Gli sviluppatori di Pluribus – Pluribus è un modello avveniristico d’intelligenza artificiale studiato nei dettagli dalle migliori menti della Carnegie Mellon University di Pittsburgh (Stati Uniti) guidati da Noam Brown, un dottorando che fa già ricerca per conto di uno dei colossi globali del web, Facebook, e che ha deciso di utilizzare il poker per testare le possibilità di mondi ancora non totalmente esplorati come l’intelligenza artificiale e la realtà aumentata, in modo poi da ampliarne l’utilizzo in molti campi fondamentali come quello della sanità.

Per testare tutte le possibili (e quasi infinite) varianti di ogni giocata di poker, nella modalità tra le più amate ossia il “Texas Hold’ Em”, i ricercatori hanno fatto allenare Pluribus contro se stesso. Una sessione di allenamento che il “bot” ha mostrato di apprezzare, tanto da riuscire a battere, nel corso di 12mila partite giocate in soli 12 giorni, quasi tutti gli avversari (diverse versioni di se stesso) con tassi di vittoria impossibili da eguagliare per qualsiasi giocatore, anche per i migliori al mondo. Merito in particolare di una capacità di calcolo che viaggia a velocità siderali consentendo così di potere prevedere un numero altissimo di opzioni per poi mettere in campo le migliori strategie.

Il segreto è la matematica – Un algoritmo del genere non fa dei “ragionamenti” poi così diversi di quelli che fanno i giocatori più esperti. Una delle tecniche più efficaci, per aumentare le opportunità di vincere, consiste nell’usare il calcolo probabilità nel poker per aiutarsi nelle decisioni cruciali di un match. Ovviamente un algoritmo può calcolare i pot odds a ogni mano, anche in quelle dove la decisione sarebbe ovvia per gli umani, e ciò gli permette di giocare in maniera totalmente matematica, sfruttando le immense capacità di calcolo di un computer, e fare la sua mossa in pochi decimi di secondo.

Quali sono, quindi, i “trucchi” messi in campo dall’intelligenza artificiale per battere in maniera sistematica i campioni “umani”? Il cuore del ragionamento fatto dai ricercatori pare essere un paradosso per un computer: non si può vincere sempre.

In termini scientifici si chiama “equilibrio di Nash”, ed equivale, nell’ambito del poker, a fare il meglio possibile in assoluto con le carte a disposizione. Il poker deve infatti molto del proprio fascino e della propria adrenalina al fatto di appartenere alla categoria dei giochi “a informazione imperfetta”. Quando si inizia una mano non si hanno tutte le informazioni necessarie (ossia sapere quali carte abbiano i nostri rivali). Il tutto in un ambito, quello di una partita di Texas Hold’Em poker, dove le combinazioni possibili ammontano a 316 milioni di miliardi, con una media di poco meno di 400 milioni di milioni di possibili scelte diverse nei vari momenti della partita. Un calcolo mostruoso, anche per i migliori processori oggi sulla piazza, soprattutto tenendo conto dei tempi ristretti che deve avere necessariamente una partita reale.

Il team di Cepheus –Per questo motivo, alcuni ricercatori hanno deciso di non inseguire la perfezione assoluta, puntando invece sulla cosiddetta “teoria dei rami secchi”. È quella seguita dagli studiosi dell’Università di Alberta, in Canada, che hanno sbaragliato un notevole numero di giocatori umani usando, attraverso la loro intelligenza artificiale di nome Cepheus, un algoritmo impostato sul concetto di “regret”: il bot, in sostanza, viene invitato non a perseguire tutte le possibili combinazioni ma a concentrarsi su quelle che, dal punto di vista delle probabilità, rappresentano una possibile occasione favorevole da sfruttare. Il risultato è stato molto positivo tanto che gli stessi ricercatori hanno deciso di sfidare il mondo intero realizzando un sito internet dove è possibile misurarsi con la loro IA e provare a batterla.

Attraverso questa teoria, quella dei rami secchi, i ricercatori canadesi ritengono di avere raggiunto un grado di imbattibilità pari al 95 per cento, cioè quella che un giocatore umano perfetto potrebbe teoricamente conquistare allenandosi con 200 mani ogni ora per una dozzina di ore ogni giorno, sette giorni su sette per qualcosa come 70 anni.

Non sarà ancora la perfezione, ma poco ci manca.

Quelli che, però, non potranno mai venire sostituiti da un chip (per quanto potente e veloce sia) sono l’intuito e la passione di ogni amante del poker.

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